Osservare, ricalcare, scolpire, comprendere

Quando mi trovo con un paziente seduto di fronte, ho due strumenti per entrare in rapporto con lui: uno è quello della razionalità l’altro è quello della fisiologia.

 

La strada che l’emozione percorre per manifestarsi all’interno del nostro cervello è sempre la stessa. Il percorso che porta alla tristezza è un percorso ben definito e preciso, sempre uguale. Se da un lato è molto complicato deviare razionalmente da questo percorso con un processo che parta dalla razionale considerazione dell’emozione, (potrei definirlo un percorso di tipo psicologico), dall’altro lato risulta molto più semplice far deviare la mente dal suo percorso abituale verso l’emozione, attraverso un approccio più fisico di “ricalco” dell’emozione.

Quando mi trovo con un paziente seduto di fronte, ho in pratica due strumenti per entrare in rapporto con lui. Uno è quello della razionalità che esprimo a parole e con la quale cerco di conoscere la maggior parte degli aspetti che riguardano il paziente. L’altro strumento che ho a disposizione è quello della fisiologia che, essendo più rapida della mente, mi permette di approcciare più velocemente e più facilmente l’emozione.

Devo OSSERVARE la persona che ho di fronte per eseguire una sorta di calibrazione verso quella persona, è necessario andare nei particolari, degli occhi, del viso, delle mani, delle spalle, delle gambe e via dicendo. Nulla nel modo di posizionarsi e di esprimere del corpo è lasciato al caso. Avendo osservato dovrei essere in grado di RICALCARE quella emozione e di SCOLPIRE a livello fisico la stessa emozione. È un po’ come se mi facessi questa domanda: che tipo di emozione dovrei provare io per essere portato o costretto a stare in quella posizione, a fare quei movimenti e mettermi in quell’atteggiamento? L’ultimo passaggio a questo punto è quello che riguarda il CAPIRE o COMPRENDERE l’emozione che sta provando chi sta di fronte a me, solo per il, fatto di essere stato in grado di approcciare l’emozione patendo semplicemente da un fatto fisico.

Qual è ora il vantaggio o l’intento positivo che sta dietro a questa pratica?

Lo scopriremo la prossima volta…

Michele Rossini

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Emozioni

Spesso cerchiamo di governare le emozioni, ma la nostra mente ha davvero il potere di farlo?

Spesso, per abitudine, cerchiamo di governare le emozioni attraverso la nostra mente. È lo strumento che ci siamo abituati ad usare per cercare di capire le emozioni. Una volta capite le emozioni abbiamo la pretesa di decidere come le emozioni possono influire sulla nostra vita. Purtroppo la capacità presunta di poter modificare tali emozioni attraverso la ragione è una pura e semplice illusione. Perché la mente è fondamentalmente pigra e soprattutto è più pigra del nostro corpo. Reagisce meno velocemente e, essendo meno performante sul piano della velocità, cerca di vincere la gara prevaricando le emozioni che però restano invariate, nascoste, ma non scompaiono. Il corpo invece è in grado di influire pesantemente sulle emozioni.

La fisiologia, i movimenti, il modo di fare, la postura, l’atteggiamento sono tutte situazioni che influiscono sulle emozioni che noi proviamo, (e che provano gli altri). Avete mai provato a negare a parole e nello stesso tempo a fare un’affermazione positiva con il movimento della testa. Quindi sicuramente sapete quanto è difficile dire di no nel momento in cui si fa il segno di si con la testa. Difficilmente se siete tristi, sconsolati ed abbattuti camminerete con le spalle dritte e a testa alta. Ovviamente le cose sono un po’ più complesse di così ma è importante accettare che molto spesso non ci conviene partire da un’emozione, razionalizzandola, per cercare di modificarla. È sicuramente più conveniente agire sulla fisiologia per modificare in senso positivo l’emozione. Se siamo di fronte ad una sofferenza sappiamo, per esperienza che un abbraccio può essere più utile e più immediato nei suoi effetti rispetto a tante parole.

Un concetto semplice e forse scontato ma che nasconde, per noi che abbiamo a che fare tutti i giorni con persone che provano emozioni, delle implicazioni incredibili e inaspettate che non possiamo trascurare. Emozioni quindi e corpo, due questioni che non riesco a trascurare e ne riparleremo insieme.

Michele Rossini

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Una battaglia persa in partenza

Ciò che interessa al paziente è che venga data una risposta al suo bisogno, che siate degli ottimi dentisti lo da già per scontato.

Spesso mi chiedo se la battaglia alla quale assistiamo in questo periodo sui media e sui social, sia una battaglia destinata a vedere una conclusione che costituisca un reale vantaggio per i pazienti e per gli odontoiatri. Mi sembra più che altro di vedere un contraddittorio già sperimentato in altre situazioni. Mi lascia sempre un po’ perplesso il fatto che si esprimano sui pubblici domini o sui giornali una serie di temi che difficilmente i pazienti come tali possono comprendere e soprattutto mi chiedo se ci si renda veramente conto di questo aspetto.

Noi come persone siamo in grado di giudicare solo quello che conosciamo. Di tutto il resto, non ci interessa, perché semplicemente non fa parte del processo decisionale che, come sappiamo da decenni, non fa capo solo all’elemento razionale ma coinvolge in maniera preponderante la sfera emozionale. È proprio per questo che non vedete mai una comunicazione aziendale in cui si spiega la qualità delle attrezzature che vengono utilizzate per produrre un oggetto. Figuriamoci poi se dovessimo assistere alla spiegazione dei costi e dei compiti che gravano sull’azienda, per spiegare o per giustificare un determinato comportamento o una variazione del listino. La risposta dei nostri pazienti o dei clienti del servizio in generale è e sarà sempre e solo una: “CHI SE NE FREGA!”.

Scusate l’espressione diretta ma è un po’ come dire: hai voluto tu dedicarti a questa professione e hai voluto, di conseguenza, aprire la tua impresa perché pensavi di poter risolvere un bisogno. A questo punto a me che sono un paziente o cliente del tuo servizio, poco importa dei problemi legati al mercato, alla concorrenza, alla gestione amministrativa, al controllo della qualità, alle problematiche relative alle persone e ai collaboratori.

Dal punto di vista del paziente, l’unica cosa importante è che venga data risposta ad un bisogno e la scelta di valore, (quello che veramente conta per il paziente e che lui ritiene importante e che è disposto a pagare), viene effettuata non certo grazie ad una conoscenza approfondita delle dinamiche che regolano il mondo dell’odontoiatria. La scelta viene fatta solamente basandosi su parametri che il paziente conosce: la capacità di comunicazione, di ascolto, di relazione, la capacità di creare legami e connessioni emotive, la presenza costante, la dinamicità, la fiducia, la coerenza.

So che è difficile per noi che siamo stati preparati per anni ad affrontare una serie di problemi tecnico/clinici e vediamo, consideriamo e risolviamo solo quelli, nel nostro orizzonte visivo. So che sembra impossibile che i nostri pazienti non notino la differenza tra le nostre attrezzature e quelle degli altri, tra le nostre mani esperte e quelle di un altro oppure tra il nostro modo di fare diagnosi e quello di un altro. Il problema è che il paziente queste cose le da per scontate e di conseguenza ci giudica usando altri parametri.

Se non sapremo modificare, in senso costruttivo e critico, il nostro modo di fare dovremo prepararci ad affrontare una battaglia durissima ed estenuante ma soprattutto…persa in partenza.

Michele Rossini

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Essere in grado di valutare

Valutare chi avete di fronte, farvi consigliare, informarvi, chiedere spiegazioni, parlare, confrontare, cambiare, leggere, discutere, partecipare.

 

Se un dentista ruba, significa automaticamente che tutti dentisti rubano? E se anche 10.000 dentisti rubassero, questo significherebbe che tutti gli oltre 50.000 dentisti sono dei ladri? Io penso che chiunque ragionasse in questi termini saprebbe di non portare avanti l’argomento in modo corretto.

Da anni mi ostino a chiarire il fatto che nei nostri studi non entrano pazienti o clienti ma persone, differenti e uniche, che vanno capite e alle quali va erogato un servizio serio e corretto. Bene, ora vi svelerò un segreto: anche i dentisti sono delle persone!

Sono persone corrette quando si comportano in modo corretto e sono ladri quando si comportano in modo disonesto.

Questa è l’unica affermazione oggettiva che possiamo fare.

Dal momento che a questo stato dei fatti non corrisponde una categoria nella quale possiamo di volta in volta inserire il professionista di turno bollandolo come ladro o come persona corretta, l’unica cosa che dovremmo fare è comportarci esattamente come facciamo in tutte le altre situazioni che la vita ci mette di fronte, cercando di non giudicare a priori, ma in seguito a una valutazione oggettiva di quello che sentiamo, vediamo, sperimentiamo.

Vi faccio un esempio: quando andate a comprare un vestito, lo vedete, lo scegliete, vi piace, lo provate e riprovate, vi fate dare un consiglio, ne provate un altro, cercate dei difetti, ne valutate i pregi, vedete se è adatto a voi, a volte ne provate un altro per capire le differenze e poi alla fine, valutate il prezzo e se giudicate che ne vale la pena allora lo acquistate. La vostra soddisfazione sarà pari al valore che voi stessi avete attribuito a quell’oggetto e per il quale siete stati disposti a pagare.

Se fate tutto questo per un semplice capo d’abbigliamento, perché non dovreste fare altrettanto per scegliere un professionista al quale state mettendo in mano la vostra salute e dal quale potrebbe dipendere la qualità della vostra vita futura?

Valutare chi avete di fronte, farvi consigliare, informarvi, chiedere spiegazioni dettagliate, parlare, confrontare, a volte provare, cambiare, leggere, discutere, partecipare alle iniziative. Queste dovrebbero essere operazioni normali per chi voglia ottenere un servizio adatto alle proprie esigenze. Eppure, come spesso accade vediamo pazienti che comprano il prezzo o comprano la campagna pubblicitaria o il depliant senza sapere cosa in realtà stanno comprando. Senza informarsi, senza cercare risposte ai dubbi, senza cercare un dialogo aperto, sereno e utile con il professionista che hanno di fronte. Sono convinto che già all’inizio di questo rapporto sta il fallimento del rapporto stesso. Non potrete mai essere soddisfatti da una situazione del genere, al massimo potrete accontentarvi o al limite potrete considerarvi fortunati se le vostre esigenze verranno soddisfatte nonostante la disinformazione e il rischio di accedere ad un servizio senza conoscerlo.

Nel corso degli ultimi anni ne sentiamo di tutti i colori sulla categoria degli odontoiatri, sugli studi dentistici privati, sulle catene odontoiatriche su clinici e amministratori. Noto che i miei pazienti non fanno assolutamente cenno a tutte queste situazioni o, quando ne parlano, lo fanno come se parlassero di qualche cosa lontano dalla nostra situazione. Lo studio da anni investe tante risorse nella comunicazione con le persone che ruotano attorno alla nostra attività. A volte incontro colleghi che mi chiedono dove sta la necessità di spendere cosi tante risorse di tempo ed economiche per mantenere vivo e attivo il rapporto con tutti. Quando poi succedono queste cose, la risposta mi viene spontanea: condividere TUTTO senza particolari filtri, senza paure, senza preconcetti.

All’inizio è dura ma poi la soddisfazione è impagabile.

Michele Rossini

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I bisogni

Che cosa e quali sono i bisogni del paziente?

I nostri pazienti hanno bisogno di noi.

… siamo sicuri?

Cerco una definizione il più possibile aggiornata del significato di bisogno e leggo un sacco di cose. In effetti siamo abituati a sentire e ad affermare che conosciamo i bisogni dei nostri pazienti. Spesso abbiamo la pretesa di sapere risolvere ed esaudire i loro bisogni, senza tuttavia mai chiederci veramente se li conosciamo; oppure, ancora più indietro, se conosciamo esattamente cosa sta alla base del concetto di bisogno.

Se facciamo una semplice ricerca su internet o su altri testi più o meno accreditati, troviamo una serie di definizioni concordanti o anche molto differenti, a seconda del punto di vista di chi scrive o studia l’argomento. La prima grande divisione è tra i bisogni primari e secondari. Io a questo punto già mi trovo in difficoltà. Sembra esserci un accordo generale nel classificare come bisogno primario quello legato a condizioni fisiologiche come la fame, la sete, il sonno e via dicendo. Di seguito poi vengono i bisogni secondari, assolutamente variabili, che possono essere soddisfatti solo in seguito alla realizzazione dei primi. La mia difficoltà sta nel fatto che da un lato mi sembra abbastanza ovvio che si possano definire come primari i bisogni fisiologici ma penso che questa classificazione riduca l’importanza di tutti gli altri bisogni che, solo per il fatto di essere definiti secondari, appaiono come meno importanti in una scala gerarchica che io definirei arbitraria. Dall’altro lato vedo sempre più spesso persone che, per esempio, rinunciano a nutrirsi o al sonno, per soddisfare altri bisogni (secondari?) come l’affetto, o la sua mancanza o che fanno scelte scriteriate per la loro salute, non curandosene, per appagare altre esigenze fisiche, mentali o spirituali. Altrimenti non si spiegherebbe il comportamento di tanti nostri pazienti, le scelte dei quali non comprendiamo e facciamo fatica ad assecondare e a realizzare. Se ci affidiamo alle classificazioni, significa che non conosciamo la persona che abbiamo davanti; possiamo solo supporre quali siano i suoi bisogni. A questo punto sicuramente, avendo supposto, sbaglieremo nel tentativo di soddisfare qualche esigenza che spesso rappresenta solo una nostra proiezione e non una reale necessità.

Leggere, informarsi e cercare di capire quali possono essere i bisogni umani fondamentali, siano essi primari o secondari, non ci permetterà di agire in modo corretto per categorie di persone che non esistono nella pratica, soprattutto nella società di oggi che è stata educata alla frammentazione e che non può più essere rappresentata come omogenea. Lo studio in questo caso ci permetterà di guidare la nostra ricerca alla scoperta del bisogno di quel paziente particolare, in quel momento, in quel luogo, per quella esigenza particolare. La risposta sarà solo una e non sarà omologabile per altre persone. Solo così il paziente avrà bisogno di N.O.I. perché a quel punto saremo noi i soli a conoscere il modo per soddisfare la sua necessità.

Michele Rossini

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L’Organigramma siamo N.O.I.

Nomi, Operazioni, Incarichi. L’organigramma è formato da tutte le persone che lavorano nello studio, che ricoprono incarichi e svolgono operazioni specifiche.

 

Tempo fa abbiamo cominciato in studio a ragionare sull’idea di comporre il nostro organigramma. Ci è sembrata una cosa importante ed essenziale per uno studio dentistico che voleva strutturarsi come azienda e far funzionare al meglio tutte le procedure e le decine di persone che la gestivano. Quindi abbiamo scritto la lista di tutti i collaboratori coinvolti nella nostra impresa e abbiamo scoperto che erano, (e sono), davvero tanti.

Poi abbiamo scritto la lista delle operazioni che queste persone avrebbero dovuto svolgere per far funzionare tutto a dovere e per poter erogare un servizio di qualità per i nostri pazienti e abbiamo scoperto che erano tantissime!

Alla fine abbiamo cominciato a unire i nomi delle persone alle operazioni che dovevano svolgere (ovviamente cercando di scegliere le persone più adatte per quel ruolo) assegnando di volta in volta gli incarichi.

Certo non è stato un compito facile, anzi si è dimostrato un lavoro complesso e articolato. Infatti non è semplice assegnare una persona ad un incarico o viceversa. Bisogna pensare a quello che quella persona dovrà fare e bisogna convincersi che quella persona lo svolgerà molto probabilmente meglio di come avremmo potuto farlo noi. In più bisogna tenere conto del fatto che non si può chiedere a qualcuno di fare qualcosa che non vuole fare o assegnare una responsabilità e un dovere a una persona che non lo vive come se fosse un proprio dovere o compito. Certo, visto dalla parte del datore di lavoro, si potrebbe obbligare un collaboratore a fare qualcosa per la quale non si sente portato ma non potremmo aspettarci certo di ottenere un buon risultato. Nell’organigramma ci sono le caselle e vanno riempite con nomi di persone che devono scegliere di entrare in quella casella perché solo così avranno le motivazioni per poter svolgere un compito e sentirlo come un incarico per cui dare il massimo. Diversamente quella casella potrebbe assomigliare ad un recinto o addirittura ad una prigione!

Superato questo primo ostacolo delle assegnazioni degli incarichi e della spiegazione e scelta delle operazioni da svolgere, ci siamo trovati di fronte alla necessità di creare dei rapporti tra le caselle unendole in una costruzione che avesse un senso dando l’idea della varie interdipendenze degli incarichi all’interno dello studio. Anche questa operazione non è semplice dal momento che le azioni di una persona potrebbero condizionare il lavoro di un’altra e viceversa. Bisogna capire chi e cosa viene prima e chi o cosa viene dopo organizzando la giusta sequenza e importanza delle azioni.

Alla fine l’organigramma l’abbiamo fatto e abbiamo scoperto i nomi di tutte le persone che collaborano all’erogazione del servizio che offriamo. Abbiamo evidenziato tutte le operazioni che le persone devono svolgere con puntualità e precisione all’interno dello studio. Abbiamo discusso, ci siamo confrontati e abbiamo assegnato gli incarichi che le persone coinvolte devono assumere su di sé con la giusta motivazione.

Alla fine abbiamo scoperto che l’organigramma siamo N.O.I. : Nomi, Operazioni, Incarichi.

Michele Rossini

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Elogio della Fantasia

La tecnologia promette ogni volta di cambiarci la vita, ma ha bisogno dell’aiuto della fantasia.

Ogni anno a Las Vegas si svolge una delle più grandi fiere dedicate alla tecnologia in generale e al mondo dell’elettronica in particolare. Leggo sempre i vari articoli di presentazione e tanti report per capire quali sono i trend e le nuove strade intraprese da un settore che ogni volta promette di cambiarci la vita e in alcune occasioni lo fa veramente.

Tuttavia voglio fare alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che tante tecnologie fanno fatica a svilupparsi veramente e a cambiare il nostro modo di vivere in mancanza di una legislazione a riguardo. Io mi ricordo quando FIAT produceva auto catalitiche da vendere in Svizzera (dove erano già obbligatorie) e vendeva auto non catalitiche in Italia dove ancora non era stata fatta una legge in tal senso. La tecnologia più pulita c’era già ma, non essendoci una legge che “obbligava” ad adottarla, non poteva espandersi come avrebbe potuto e dovuto. Oggi penso che se per un miracolo i governi decidessero di mettere al bando le auto a benzina entro tre anni (miracolo appunto), in pochi mesi vedremmo fiorire auto elettriche dalle prestazioni eccellenti, con autonomia di centinaia di chilometri e con batterie che si ricaricano in 5 minuti.

Perché questo è forse l’aspetto più interessante delle nuove tecnologie. Le soluzioni e la possibilità di produrre tecnologie esistono già. Manca solo che venga definito il problema che queste tecnologie dovrebbero risolvere. Per migliaia di anni l’uomo è stato abituato a identificare un problema e in seguito a ideare e creare la tecnologia per risolverlo. Banalmente quando si trascinavano faticosamente le cose, a qualcuno è venuto in mente che un oggetto tondo avrebbe risolto il problema inventando quindi la ruota.

Oggi non è più così. Per la prima volta nella storia dell’uomo abbiamo, in teoria ma anche in pratica, soluzioni per problemi che ancora non abbiamo identificato. La tecnologia e le sue soluzioni viaggiano ad una velocità alla quale l’uomo non riesce a stare dietro. Questo problema stravolge completamente il concetto lineare di chi da sempre è abituato a identificare un problema e a trovare la soluzione. Queste persone hanno la necessità di avere un cervello estremamente logico e razionale in grado di elaborare schemi attraverso i quali giungere ad un risultato in seguito ad un processo di analisi delle componenti in gioco. Lo stravolgimento obbliga a coinvolgere persone che siano meno capaci di affrontare un tipo di ragionamento logico e lineare, che siano in grado di mettere in moto meccanismi meno logici e meno razionali facendo appello alla parte di cervello, quella destra, in grado di elaborare pensieri complessi, che tendono a procedere per traiettorie curve, su più piani, spesso tralasciando dettagli tecnici a favore di idee più aperte e irrazionali che guardano al risultato ipotetico e meno sistematico e metodico.

In una parola, oggi ci serve tanta fantasia. Perché solo con la fantasia e con l’arte ad essa connessa, possiamo permettere al nostro cervello di immaginare problemi per soluzioni che sappiamo già esistere nel mondo razionale della tecnologia. Avere miliardi di sensori installati su miliardi di apparecchiature e addirittura sulle persone, permetterà tra pochi anni o mesi di avere a disposizione miliardi di miliardi di dati (chiamati Big Data) dentro ai quali sono contenute migliaia di soluzioni per piccoli o grandi problemi, la maggior parte dei quali ancora non sono stati identificati. Avete mai pensato a quanto potrebbe essere difficile oggi essere uno scrittore di fantascienza? Immaginare un mondo sapendo di poter essere smentiti o addirittura superati magari nel momento stesso in cui si sta scrivendo. Solo alcuni decenni fa, andare sulla luna era un sogno, oggi, andare su Marte è una scelta. Possiamo andarci ma dipende da quanto ci conviene e da che tempi ci siamo dati e da cosa speriamo di ricavarne. Abbiamo idea di cosa significa vivere in un mondo così? Io sono sicuro che un po’ ci stiamo pensando tutti, perché questa situazione, che ci si presenta ormai quotidianamente, ci obbliga a porci delle domande e a trovare in fretta delle strategie per sopravvivere iqui ed ora senza sprecare la vita a rimpiangere quello che non c’è più.

Questo lavoro di fantasia è uno dei motivi per cui io penso valga la pena vivere in questo mondo oggi.

Senza lamentarsi di cose che non ci saranno mai più ma con l’entusiasmo di chi non vede l’ora di avere un problema per scoprire che è già stato risolto.

Michele Rossini

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Il modo di gestire se stessi

L’esperienza del guerriero, un percorso per trovare il modo di gestire se stessi.

 

Tutti i giorni abbiamo a che fare con il mondo che ci circonda, lavoro, famiglia, amici, conoscenti e via dicendo. A volte ci dimentichiamo di mantenere una sana e seria relazione con noi stessi e questo, in molte fasi della nostra vita, può essere un problema. A quel punto dobbiamo fermarci un momento e cominciare a guardarci dentro senza spaventarci della grande confusione che potremmo trovare. Mia sorella Maria Giovanna e mio cognato Matteo stanno seguendo in questi giorni il percorso del guerriero, corso che io ho già seguito un anno fa e che ancora oggi ricordo come se mi avessero preso, mi avessero rivoltato come si fa con un calzino, mi avessero sbattuto come uno straccio e alla fine mi avessero rimesso in pista con un bel calcio dove il sole non batte. Male? No, assolutamente solo bene! E non solo per quello che riguarda me.

ornando alle nostre aziende, alle nostre famiglie o semplicemente al gruppo di persone con cui condividiamo tempo e interessi, devo dire che l’impatto che una cosa del genere ha su tutte queste cose è assolutamente incredibile. In tutte queste situazioni ognuno di noi si pone degli obiettivi e vorrebbe che questi obiettivi suscitassero un alto grado di coinvolgimento per tutti gli interlocutori interessati. Se tutti fossero coinvolti nella realizzazione degli obiettivi sicuramente migliorerebbero i risultati complessivi cosi come aumenterebbe la fiducia non solo di quelli che sono i clienti o i pazienti ma in definitiva di tutto il sistema di riferimento e cioè di tutte le persone che direttamente o indirettamente sono coinvolte in quello che facciamo.

Coinvolgere gli altri nei nostri obiettivi non è facile, soprattutto se abbiamo difficoltà a focalizzare e a coinvolgere noi stessi nei nostri obiettivi. Il percorso del guerriero ci insegna proprio questo: a lasciarci coinvolgere e a promuovere tutti i nostri obiettivi senza essere distratti dalle vocine interiori che ogni giorno cercano di allontanarci da noi stessi, e da quello che siamo, facendolo diventare quello che vorremmo essere. E poi, una volta tornati in famiglia o in azienda, non dovremo più preoccuparci di nulla. Gli interlocutori aziendali infatti tendono a comportarsi in modo speculare nei nostri confronti. Se noi siamo in un certo modo chi ci sta vicino è o diventerà in un certo modo. Se siamo sicuri degli obiettivi, se siamo etici nel perseguirli, allora avremo compagni di viaggio e aziende che, in modo speculare, assumeranno comportamenti etici per seguire i nostri stessi obiettivi.

Diventare guerriero della saggezza interiore che fa i conti con se stesso può sembrare strano all’inizio. Ma se ci fermiamo un momento e cominciamo a fare i conti con la realtà vedremo che questo potrebbe portare solo vantaggi per noi e per chi ci sta attorno.

Michele Rossini

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Come funziona il Codice d’Onore

Il Codice d’onore ci protegge da noi stessi

Sembra strano ma a volte siamo proprio noi i peggiori nemici di noi stessi! Quando scriviamo il nostro codice dobbiamo cercare di inserire coerenza tra le varie parti che prendiamo in considerazione; infatti nel codice vengono descritti i comportamenti che vanno tenuti coerenti con i valori che ci interessano. Un codice, come tutte le regole, deve essere scritto e condiviso quando le cose vanno bene e quando l’ambiente è sereno e deve essere disponibile ed entrare in azione quando poi le cose vanno male.

Se riusciamo a condividere una serie di principi che regolano i comportamenti, questi a loro volta ci aiuteranno a vivere i valori e il Codice farà il suo dovere. In pratica se lavoriamo e viviamo protetti dal Codice le nostre performance personali e quelle del nostro team saranno sempre elevate e produttive indipendentemente dal nostro stato emotivo. Nella vita di tutti i giorni l’emotività è sempre in agguato, pronta a eliminare gli effetti dell’esperienza e della saggezza. Chi ci può proteggere da questo effetto indesiderato? Il Codice d’onore!

All’inizio, quando ci siamo incontrati in studio per parlarne, non avevamo ben capito la vera utilità del Codice ma da quando in studio l’abbiamo scritto (attenzione, ognuno deve partecipare alla scrittura perché il codice non può essere imposto), ci sembra di avere al nostro fianco una specie di Super Eroe sempre pronto a intervenire per aiutarci nei momenti di difficoltà.

Michele Rossini

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L’importanza del Codice d’onore

Il Codice d’onore è  l’insieme dei comportamenti che aiutano le persone a vivere i valori su cui si fonda la loro attività.

Quando ci siamo incontrati la prima volta io, le mie sorelle e i miei cognati, in una parola il team che guida lo studio, abbiamo parlato dei nostri valori. Li abbiamo condivisi e poi ne abbiamo discusso. Sembra facile e scontato condividere questi concetti ma così non è; ognuno di noi ha il suo modo di pensare, di vivere e reagire alle varie situazioni più o meno complesse che si devono affrontare nella vita. Stabilire i valori su cui si basa la nostra attività tuttavia non è sufficiente. Perché i valori poi vanno vissuti sempre, tutti i giorni, con il bello e il cattivo tempo. E questo rende tutto più difficile.

A questo punto serve qualcosa che possa aiutare un gruppo ed è così che abbiamo deciso di scrivere il nostro codice. Il Codice d’onore è quindi l’insieme dei comportamenti che aiutano le persone che lo condividono a vivere i valori su cui si fonda la loro attività. Tutti avrebbero bisogno di un codice d’onore perché senza, è molto difficile attuare e rendere reale il valore che spesso è un concetto intangibile. Senza il Codice di regole non si può attuare l’idea che ognuno ha di come dovrebbe essere guidata la propria attività. Senza il Codice il discorso sui valori rimane un discorso astratto e per un’attività pratica come la nostra rischia di essere completamente inutile.

Michele Rossini

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