Dentista? Che paura!

È inevitabile provare dolore quando si va dal dentista?

 

È ammissibile l’idea di sentire male dal dentista? NO, assolutamente…ci sono troppe persone che ancora oggi pensano che sia una cosa scontata il fatto di provare dolore quando ci si reca dal dentista.
Si dice dolore e la prima cosa che viene in mente è il dentista…anzi è il contrario ma fa lo stesso.

Dolore e dentista sono sempre (o comunque molto spesso) accomunati nella mente delle persone. Al dolore poi è associata una bella famiglia di termini come paura, angoscia, stress, ansia, preoccupazione, panico, terrore, fastidio.
Ma vi sembra bello per un dentista essere associato a questo genere di sensazioni?

L’altro giorno ero in gita in barca in una laguna, oasi protetta e quando la guida ha scoperto che eravamo un gruppo di dentisti si è fatta il segno della croce annunciando che avrebbe preferito partorire una seconda volta piuttosto che affrontare una visita dal dentista! È troppo, mi sono detto, devo fare qualcosa e ho deciso di dedicare qualche articolo per spiegare alcuni punti che forse i pazienti o i futuri pazienti non sanno.

Dal dentista non esistono le emergenze. Qualsiasi sia la natura del disturbo o la situazione di dolore o disagio con cui un paziente si presenta in studio, non c’è mai una vera e propria situazione di emergenze che autorizzi il professionista ad agire incurante del dolore di cui soffre in quel momento il paziente. Ci sono farmaci antibiotici, antinfiammatori e antidolorifici che sono in grado di far calmare il dolore, di tenere sotto controllo l’infezione al fine di permettere al dentista di agire senza causare sofferenza.

Certo, esistono le urgenze ma non siamo in un caso di emergenza e quindi sappiamo che possiamo intervenire in modo tempestivo per bloccare il dolore o per farlo passare senza causarne dell’altro con il nostro intervento. In qualsiasi situazione il malato ha diritto a che siano messi in campo tutti gli strumenti per evitare una inutile sofferenza.

 

Michele Rossini

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Programma la tua salute

Gli impianti non sono eterni, soprattutto se non vengono trattati come si deve e se non vengono mantenuti in salute nel tempo dalle corrette operazioni di igiene orale sia in studio che a casa propria.

 

Da alcune settimane sto proponendo delle piccole riflessioni sulla cura degli impianti nel tempo.

Che cosa significa? Significa che sono più di 30 anni che vengono inseriti impianti nella bocca dei pazienti e che oggi abbiamo molte certezze sul fatto che vadano curati in modo appropriato altrimenti verranno persi come i denti che li hanno preceduti.

Gli impianti non sono eterni; soprattutto se non vengono trattati come si deve e se non vengono mantenuti in salute nel tempo dalle corrette operazioni di igiene orale sia in studio che a casa propria. Se compro un’automobile so che dovrò occuparmi della sua manutenzione, così come accade per qualsiasi altro strumento o macchinario in genere.

Gli impianti sono un dispositivo medico avanzatissimo e super tecnologico, vengono inseriti nell’osso dei pazienti e lasciati guarire in un ambiente complesso in cui sono presenti molti diversi tipi di cellule e soprattutto, non essendo dei denti naturali, non dispongono delle stesse armi per difendersi dagli attacchi dei batteri.

Abbiamo elaborato e messo in pratica dei programmi speciali dedicati proprio ai pazienti che hanno degli impianti in titanio nella loro bocca. Sono programmi che mirano a mantenere in salute nel tempo gli impianti sani e a migliorare la situazione di quelli che hanno già presentato qualche problema.

Nei prossimi mesi cominceremo a proporre questi programmi ai nostri pazienti; sono cose semplici e richiedono poco impegno in più ma possono rivelarsi fondamentali per mantenere in buona salute un lavoro che ha richiesto tanti sforzi da parte vostra e nostra per essere realizzato.

Michele Rossini

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Offrire qualità costante

Se vogliamo valore dalle persone, offriamo qualità in maniera costante.

La qualità di comportarsi e di fare le cose sempre allo stesso modo. Questa è la consistenza.

Questa è la maniera per ottenere sempre il massimo da quello che facciamo. Dobbiamo essere consistenti. Non basta la performance di un giorno o di un periodo. Bisogna lavorare per ottenere un risultato facendo le azioni giuste e utili dopodiché bisogna lavorare per mantenere quel risultato essendo consistenti nel mantenere il giusto grado di energia..

Una volta si ammoniva, chi otteneva risultati straordinari e irripetibili, a non adagiarsi sugli allori. Oggi questo modo di dire non solo è vero più che mai, ma rappresenta l’atteggiamento che deve avere chi vuole sopravvivere in un mondo che cambia senza sosta. Ottenere un risultato è solo l’inizio del fallimento se non interviene appunto la consistenza, cioè la capacità di ripetere la prestazione dall’inizio. Valorizziamo le persone, le aiutiamo a ottenere risultati straordinari sfruttando i loro talenti e poi, a volte, ci dimentichiamo di loro, o meglio tralasciamo il fatto che la valorizzazione sia un processo continuo che richiede un apporto di efficienza costante.

Ogni tanto in studio, con le persone che mi aiutano, ho la sensazione che si facciano dei passi indietro rispetto allo standard a cui ci siamo abituati. In realtà, quello che noto è appunto una perdita di valore delle azioni che vengono fatte in favore di una gestione più anonima e con meno dispendio di energia. Mi accorgo immediatamente di questo e penso che siano le persone a perdere valore, a rendere di meno e a ritornare sui vecchi passi. Poi mi fermo, e mi accorgo di quanto grande sia il mio errore. Come sempre il valore che le persone ci danno dipende direttamente dal valore che noi per primi sappiamo offrire.. E l’offerta, non solo deve rappresentare una ricchezza ma deve essere supportata dalla consistenza e cioè dalla capacità di rendere quel valore più un’abitudine che un’eccezione.

Non possiamo aspettarci consistenza da chi abbiamo valorizzato, come se fosse un requisito che una volta offerto deve essere considerato di per sé una consuetudine. Dobbiamo aspettarci che ci venga restituito un valore, ogni volta che noi saremo capaci di offrirne altrettanto. Il vero problema tuttavia non è capire questo rapporto, che qualcuno potrebbe considerare scontato. Il problema sta nel fatto che, dal momento che il nostro mondo, e la società che lo rappresenta, cambia alla velocità della luce, noi dovremo adeguarci al cambiamento e riuscire ad essere sempre consistenti nella valorizzazione delle persone che abbiamo di fronte, ricominciando dall’inizio tutte le tappe che portano al risultato di valore.

Michele Rossini

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Per ogni problema c’è … un progetto

Se pensiamo ad un progetto, automaticamente escludiamo la possibilità di lamentarci del problema o di dare la colpa a qualcun altro.

 

Innanzitutto vorrei sfatare il mito che per ogni problema c’è sempre una soluzione. Non è detto. Noi in studio preferiamo pensare che per ogni problema ci sia un progetto. Grazie a questo progetto possiamo andare immediatamente oltre il problema e comprendere come la sua soluzione a volte sia scontata, a volte sia impegnativa. Addirittura a volte non c’è una reale soluzione ma rimane sempre la possibilità di affrontare il problema da un’altra angolazione.

A questo punto le cose cambiano perché se uno ci chiedesse quanti problemi abbiamo nella nostra vita noi potremmo rispondergli di non averne affatto! Ma di avere un sacco di progetti. La parola progetto deriva dal latino “pro jectus” che chiaramente ci invita ad andare oltre il problema. Andando oltre il problema, ci accorgiamo di essere noi per primi parte del problema e addirittura di esserne causa. Questa è principalmente la scoperta che ci troviamo di fronte quando decidiamo di affrontare i problemi con dei progetti.

Inoltre se pensiamo ad un progetto, automaticamente escludiamo la possibilità di lamentarci del problema o di dare la colpa a qualcun altro o di assegnare qualche critica a chi quel problema non l’ha risolto al posto nostro. In altre parole diventiamo causa di quello che facciamo e non ci lasciamo trascinare dal problema stesso nel vortice della lamentela continua che, potrà dare qualche soddisfazione immediata, ma di sicuro non porterà a nessuna soluzione del problema stesso.

L’ultimo punto che vorrei affrontare è proprio quello che riguarda la quantità di energia che impieghiamo, (e sprechiamo,) quando pensiamo ad una soluzione, (senza affrontare un progetto), e cerchiamo in tutti i modi le prove per dare ragione a quello che abbiamo pensato. Questo atteggiamento è molto pericoloso perché potrebbe portarci a creare delle storture, a piegare le regole pur di avere ragione sulla soluzione che abbiamo pensato. La pericolosità deriva dal fatto che il nostro cervello, una volta installato il pensiero della soluzione, procede in automatico a cercare le prove che ha ragione, facendoci comportare, a volte, in un modo che a noi stessi non piacerebbe se avessimo la possibilità di osservare la faccenda da un’altra angolazione.

In molti casi poi, la soluzione non si trova perché non siamo riusciti a capire di fronte a quale problema ci troviamo. Ma di questo tipo di problema scriverò un’altra volta…

 

Michele Rossini

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Dottore, abbiamo un problema

Ogni volta che ci troviamo davanti ad un problema come prima cosa cerchiamo di trovare una soluzione.

Qualche tempo fa la mia assistente mi ha detto: “Dottore, abbiamo un problema, bisogna trovare la soluzione!”. Come sempre, avere un problema, viene identificato con la necessità di trovare una soluzione. Sono d’accordo. Ma penso che la prima cosa da fare quando ci si presenta un problema, sia capire che tipo di problema abbiamo di fronte. Dobbiamo pensare che ci sono infatti due tipi di problemi che siamo chiamati ad affrontare ogni giorno che presentano caratteristiche completamente differenti.

Il primo tipo è un problema che ci si presenta quando agiamo contro le leggi della natura. Tipico esempio è il problema che riguarda l’inquinamento. Ci lamentiamo, e percepiamo come problema, il fatto che la terra si sta riscaldando, ma non capiamo che quello non è il problema ma la conseguenza del fatto che abbiamo agito contro le leggi della natura immettendo nell’ambiente più sostanze di quelle che potrebbe smaltire e, come effetto diretto, ci troviamo di fronte ad un surriscaldamento del pianeta. Cosa dobbiamo capire con questo? Dobbiamo comprendere che la soluzione non sta nell’inventare e nel costruire dei condizionatori giganti ma sta nel fatto che dobbiamo smettere di inquinare indiscriminatamente l’ambiente dove viviamo. Questo tipo di problema si risolve solo smettendo di fare quelle azioni che vanno contro le leggi naturali.

Ora voi sicuramente starete pensando che questo a poco a che fare con la vita di tutti i giorni ma non è così. Infatti quando parliamo di azioni ecologiche dobbiamo pensare che riguardino anche la nostra vita di tutti i giorni. Quanto siamo ecologici nel comportarci con gli altri o con noi stessi?

Il secondo tipo di problemi invece sono quelli che ci si presentano quando dobbiamo imparare qualcosa. Fino a quando non comprendiamo quella cosa e non la facciamo nostra. Fino a quando non abbiamo fatto quel piccolo, (o grande), salto di qualità che ci permette di formarci, di apprendere o di acquisire quella particolare competenza, il problema ci si ripresenterà con cadenza e regolarità certe. La cosa più utile da fare di fronte a questo tipo di problemi, non è quella di cercare immediatamente una soluzione, ma è quella di pianificare un progetto che ci porterà ad imparare quella cosa che ci manca e che, una volta appresa, farà scomparire il problema in quanto tale.

Spiego questo alla mia assistente la quale mi risponde: “Dottore, rispondere con un si o con un no mai eh?

Che problema…!

Michele Rossini

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Le persone non cambiano, per fortuna!

Valorizzare il talento non è un lavoro facile ma deve essere costante per permetterci di ottenere degli ottimi risultati.

 

Possiamo tirare fuori quello che c’è dentro le persone, possiamo scoprire talenti che nemmeno loro pensavano di possedere e di poter utilizzare ma non possiamo mettere qualcosa di nuovo e non siamo in grado di modificare l’essenza e le caratteristiche peculiari con le quali una persona è venuta al mondo. La valorizzazione delle persone significa proprio avere l’opportunità di trovare talenti inaspettati e inutilizzati e dare a questi talenti una possibilità di esprimersi e di essere utili per qualcosa e per qualcuno.

Questo lavoro è complesso all’inizio, richiede condivisione degli sforzi, collaborazione ma soprattutto, fiducia in sé stessi e nella persona che sta di fronte. I risultati sono immediati. La persona consapevole del proprio valore si addormenta in un modo e si sveglia con una visione di sé e del mondo completamente diversa. Il rapporto che si crea all’inizio del processo di valorizzazione è speciale; l’entusiasmo è tanto ed è facile aderire al progetto di valorizzazione.

Tuttavia, dopo qualche tempo, potrebbe venire a mancare un aspetto che all’inizio non si nota ma che, proprio con l’andare avanti del tempo, emerge e, se non considerato, potrebbe vanificare tutti gli sforzi sostenuti sino a quel momento. Questo aspetto riguarda la consistenza. Questo termine indica la capacità di aderire ad un programma e di mantenere un livello adeguato di energia e di sforzi tale da permettere di proseguire nella valorizzazione e di ricavare tutti i benefici di questa procedura.

Valorizziamo il talento, consapevoli che non sarà un lavoro facile e soprattutto che non sarà un compito che potrà finire ma che richiederà un continuo apporto di energia e applicazione per mantenere alto il livello del risultato.

Conflitto generazionale? No: passaggio

Gestire l’ingresso di una persona più giovane che sia in grado di attingere quanto più possibile dal bagaglio di esperienza e di conoscenza di chi lascia.

Da qualche tempo si sente parlare del problema del passaggio generazionale tra chi ormai ha alle spalle decenni di vita lavorativa e chi, nel mondo del lavoro, non ci è ancora entrato. Ultimamente si è fatta strada l’idea di un vero e proprio conflitto nel quale chi dovrebbe smettere di lavorare, (mi chiedo chi lo possa stabilire dall’esterno), rimane attaccato all’idea di lavoro e non si arrende all’età che passa e all’idea di passare il testimone. Dall’altra parte il giovane, che ha diritto ad intraprendere l’attività lavorativa, non trova il giusto spazio e non può quindi avere accesso al mondo lavorativo per una fisica mancanza di spazio. Fin qui tutto sembra logico, come logico sembra anche il dibattito/scontro nato attorno alla questione.

Io però non vedo la questione cosi semplice e logica.

Perché se è vero che un giovane deve sentire come un diritto quello di trovare la sua strada nel mondo del lavoro, è anche vero che non si può pensare che quel diritto corrisponda in modo automatico alla sostituzione di una persona che quel tipo di lavoro lo svolge da decenni e ha, nel tempo, accumulato un’esperienza e una professionalità che non possono essere trascurate. Se ragioniamo in termini matematici, uno sostituisce uno, è ovvio che tutto funzioni. Ma qui stiamo parlando di PMI, aziende che vivono delle competenze dei singoli dedicate al bene dell’impresa, dove queste competenze vengono acquisite e sviluppate in anni e anni di lavoro sul campo. Sarebbe impensabile l’idea di gestire un conflitto tra vecchia e nuova generazione con la mera sostituzione delle persone senza considerarne le competenze.

A questo punto il passaggio o ricambio generazionale deve diventare una questione di buon senso (soprattutto pratico). Se capiamo che chi entra nel mondo del lavoro, anche nello stesso settore, è profondamente diverso da chi quel settore e quel mondo sta per lasciarlo, capiamo che non ci può essere competizione o conflitto in quanto si stanno considerando due cose differenti che non possono essere paragonate tra loro.

Parliamo di passaggio quindi dove, in seguito alla decisione di lasciare, il lavoratore o imprenditore anziano si prende sulle spalle l’ultima missione, quella di gestire l’ingresso della persona più giovane che si mette a disposizione per attingere quanto più possibile dal bagaglio di esperienza e di conoscenza di chi lascia.

Gestione del passaggio, in termini psicologici, pratici, economici, tecnici; questo deve essere il punto di partenza.

Pensate che non sia così importante o che non toccherà voi e la vostra impresa (famiglia?).Un dato fornito dalla Commissione Europea ci dice che solo un terzo delle aziende sopravvive alla seconda generazione e soltanto il 15% supera la terza.

Forse è meglio pensarci prima…

Dedicare del tempo a noi stessi

Noi ogni giorno chiediamo ai nostri pazienti di dedicarci una fetta, a volte importante, del loro tempo.

 

A volte sembra impossibile prendere del tempo per stare con noi stessi. Siamo così abituati a non averne che, quando capita, non siamo organizzati e ci sembra di non sapere cosa fare. Come ho già detto in un altro articolo, il tempo sembra essere una delle risorse più scarse della nostra epoca. Prima o poi, sappiamo, che riusciremo a ricavare energia da fonti inesauribili e pulite e allora la maggior parte dei nostri problemi troverà una soluzione ma la gestione del tempo e la sua mancanza relativa, rimarrà sempre una questione aperta. Dobbiamo imparare fin da ora quindi a guadagnare e a spendere il tempo in modo da conservarne un po’, per prenderci cura di noi stessi, per considerare aspetti della nostra vita che altrimenti tenderemmo a trascurare.

Un aspetto è quello della salute.

Quante volte rimandiamo visite o trattamenti per il solo fatto di non avere il tempo necessario per affrontarli? Certo, a volte, è una scusa, ma cosa si nasconde dietro quella scusa? Forse, io penso, l’incapacità di riservare dell’attenzione a noi stessi, di avere come unico obiettivo quello di essere al centro delle nostre attenzioni per imparare che non esistono solo cose che dobbiamo fare ma esistono anche cose che vogliamo fare. Avere più consapevolezza del tempo che usiamo per noi, potrebbe farci scoprire che siamo persone in grado di decidere della nostra vita. Potrebbe anche farci scoprire che già adesso dedichiamo del tempo a noi stessi ma non ce ne rendiamo conto, con il risultato che ci sentiamo trascurati e soffocati dagli impegni, senza aver avuto la consapevolezza di come abbiamo trascorso parti importanti della nostra vita.

Noi ogni giorno chiediamo ai nostri pazienti di dedicarci una fetta, a volte importante, del loro tempo e di questo li ringraziamo. La nostra speranza è che non sia tempo sprecato ma che possa, anche in piccola parte, contribuire a migliorare la qualità della loro vita.

Michele Rossini

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Invenzione e applicazione

La scansione e la produzione in digitale hanno impiegato trent’anni per cominciare ad essere considerate seriamente in ambito clinico applicato.

 

È difficile per noi dentisti parlare di digitale. Ormai da anni in studio utilizziamo questa tecnologia che offre un valido aiuto per tutte le discipline che ogni giorno vengono praticate.

Eppure c’è sempre qualcuno che storce il naso di fronte a questo utilizzo della tecnologia che ad alcuni appare a volte sfrontato. Mi sono chiesto il perché di tanta diffidenza e reticenza e poi, leggendo alcune pagine di un filosofo contemporaneo, ho fatto una piccola (o grande) scoperta che, come tutte le scoperte, una volta detta è sembrata più banale di quello che sembrava all’inizio.

L’applicazione non discende necessariamente dall’invenzione.

A parte l’imbarazzante verità che sta dietro a questa frase; basti pensare al fatto che almeno trent’anni dopo che l’uomo è sbarcato sulla luna, un anonimo personaggio ha applicato una delle più grandi invenzioni fatte dall’uomo, la ruota, alle valigie trasportate a fatica per decine di anni dalle braccia e dalle spalle di alcuni dei più grandi scienziati del pianeta. Nessuno di questi scienziati ha mai lontanamente pensato di applicare una parte del proprio intelletto a un problema di trasporto, magari insignificante, ma che ha cambiato veramente la qualità della vita di milioni di persone.

La scansione e la produzione in digitale, che è un’invenzione straordinaria, ha impiegato trent’anni per cominciare ad essere anche solo considerata seriamente in ambito clinico applicato. Negli ultimi sette-otto anni persino i più piccoli problemi legati alla precisione, all’affidabilità e alla facilità di uso sono stati risolti eppure solo da poco, si è cominciato a parlare di una vera e generale applicazione di questa invenzione. Per anni, dispetto dell’investimento tecnologico che l’ha sostenuta, è rimasta una mezza invenzione. Il passaggio per farla diventare una vera e propria invenzione sembra simile ad una conquista.

Dobbiamo cominciare a prendere coscienza del fatto che il processo di scoperta e di miglioramento (potremmo chiamarlo evoluzione?) è guidato non dall’invenzione teorica fine a se stessa e non dalla speculazione a parole che vi sta dietro ma da piccoli o grandi cambiamenti accidentali legati alla pratica (clinica), più accidentali di quanto siamo disposti ad ammettere. La storia della medicina in generale è segnata da strani casi in cui la scoperta di una cura è stata seguita molto tempo dopo la sua vera implementazione, come se le due imprese fossero completamente separate. I ricercatori in campo medico chiamano questo fenomeno translational gap, cioè l’arco di tempo tra l’effettiva scoperta e la prima implementazione. A volte noi esseri umani manchiamo d’immaginazione a causa dell’eccesso di rumore che distoglie la nostra mente quando a volte, ciò che occorre veramente, è la saggezza di rendersi conto di ciò che si ha tra le mani.

Michele Rossini

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Comportiamoci da medici… in azienda! -parte seconda-

Succede solo in ambito clinico, nella nostra professione, di sovrapporre e confondere il significato di sintomo e causa?

 

Quando vediamo un sintomo, 9 volte su 10 il problema sta altrove!

Se un nostro paziente arriva in studio con dolore, (sintomo), difficilmente risolveremo il problema prescrivendo un antidolorifico. Il dolore potrebbe essere legato ad una carie in una zona poco visibile del dente, se la carie è in una zona poco visibile e accessibile, significa che in quella zona non è stata fatta una pulizia quotidiana sufficiente, se non è stata fatta una pulizia proporzionata e corretta significa che al paziente non sono state fornite le adeguate istruzioni per una corretta igiene orale oppure che la motivazione all’igiene non ha sortito gli effetti programmati e desiderati. Questo potrebbe dipendere da una scarsa formazione dell’igienista sulle tecniche di persuasione. La mancata formazione potrebbe essere frutto di un’errata scelta strategica dell’impresa sulle risorse da dedicare alla formazione (causa). Risultato se i nostri pazienti arrivano troppo spesso in urgenza con dolore, la causa del dolore sta in una scelta strategica sbagliata!

Spesso siamo critici nei confronti di comunicazioni sui media tradizionali o su Internet, che considerano solo il sintomo in modo superficiale, senza approfondire la questione in modo da arrivare a identificare le cause principali che stanno alla base. Se non vengono identificate le cause, non si potrà giungere alla formulazione di una diagnosi e di conseguenza alla stesura di un corretto piano di trattamento che porterà al ritorno dello stato di salute. Soprattutto sarà difficile creare un gruppo di lavoro concentrato a realizzare questo tipo di obiettivi. Sono sicuro che tanti saranno d’accordo con me su questo argomento!

Succede solo in ambito clinico, nella nostra professione, di sovrapporre e confondere il significato di sintomo e causa?

Michele Rossini

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