Sai riconoscere i talenti dei tuoi collaboratori?

Ogni persona va gestita in modo diverso, devi capire chi hai davanti. Ecco come.

 

Quante persone lavorano nello studio? Possono essere due, tre oppure qualche decina. Dipende dalla grandezza della struttura. Gestire le persone è forse il compito extra clinico più gravoso che ci si trova di fronte. La difficoltà di questo lavoro non sta nel numero delle persone. Il problema non sta nella grandezza ma nella varietà. Ogni persona è differente dall’altra e va gestita in maniera diversa. Per poter gestire ogni persona in maniera diversa dobbiamo capire che tipo di persona ci troviamo davanti. Un compito fondamentale. Quanti di noi hanno sperimentato la situazione in cui non siamo contenti del lavoro di una persona, di come si comporta in determinate situazioni, la vediamo scontenta, distratta, chiusa oppure ci sembra che non si impegni a dare il massimo. Come reagiamo di fronte a questa situazione? Di solito ci arrabbiamo, anche se non lo mostriamo direttamente, non siamo comunque contenti del lavoro svolto e siamo sempre più propensi a pensare che la persona in questione non abbia voglia di lavorare, non si impegni o non capisca l’importanza di svolgere bene i suoi compiti. Sembra una situazione chiara, lineare ma non sempre (o quasi mai) le cose stanno esattamente come sembrano. La causa più probabile del comportamento di quella persona risiede nel fatto che non conosciamo realmente le potenzialità e il vero talento che può essere espresso. Non lo conosciamo e di conseguenza non possiamo sfruttarlo a vantaggio nostro e suo. Esiste un modo per conoscere in anticipo chi abbiamo di fronte? Come possiamo avere una mappa che ci dica quali sono le potenzialità dei collaboratori che scegliamo per la nostra attività?

Esistono oggi dei test che permettono, con grande attendibilità, di conoscere in modo accurato quali sono le aree in cui una persona si esprime al meglio e che costituiscono dei punti di forza e quali sono al contrario le aree in cui una persona fatica ad esprimersi e di conseguenza costituiscono dei punti di debolezza. Questi test sono praticamente infallibili in quanto sono stati utilizzati decine di milioni di volte nel mondo e sono in grado di mappare i talenti di una persona in modo da potere decidere come e dove quella persona si esprimerà al meglio e se ci sono delle aree che possono essere migliorate. Questo è molto importante perché ci dice che determinate competenze possono essere allentate. In pratica, dopo avere effettuato il test, potremmo trovarci davanti una persona che ha una grande capacità di eseguire compiti ripetuti in modo ordinato e non trova difficoltà nel rispettare le consegne date anzi dà molto valore alla sua capacità di eseguire i compiti assegnati. Al contrario, la stessa persona avrà grosse difficolta comunicative e di relazione con le persone così come risulta essere a disagio nel momento in cui deve dare inizio ad un’azione senza un comando diretto. Come pensiamo di sfruttare il talento di questa persona che adesso conosciamo. Probabilmente abbiamo davanti una persona che sarà in grado di svolgere compiti di segreteria di back office o di archivio o di tenuta degli ordini. Sappiamo anche che questa sarà l’ultima persona che metteremo di fronte ai pazienti o che faremo lavorare a contatto con le persone con compiti direzionali. Se lo facessimo ci troveremmo di fronte ad un disastro dove non solo otterremmo risultati scadenti per i compiti richiesti ma ci troveremmo anche di fronte ad una persona che, non sentendosi in linea con il proprio modo di fare e di vedersi proiettata nella situazione lavorativa, non sarà mai in grado di dare il meglio e si sentirà frustrata nel non riuscire a svolgere il proprio lavoro in maniera corretta e in linea con le aspettative. Ma a questo punto la vera domanda è: con chi dovremmo prendercela in questa situazione? Con la persona che abbiamo di fronte o con noi stessi che non abbiamo sfruttato la possibilità di capire il suo talento? Penseremmo mai di usare un frullatore per fare il bucato? Certo che no eppure utilizziamo questo metodo di utilizzo delle risorse tutti i giorni e a volte ci lamentiamo anche. Conoscere e mappare i propri talenti rappresenta il primo passo della valorizzazione del capitale umano dell’azienda. Sei pronto per le prossime fasi?…

 

Michele Rossini

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Invenzione e applicazione

La scansione e la produzione in digitale hanno impiegato trent’anni per cominciare ad essere considerate seriamente in ambito clinico applicato.

 

È difficile per noi dentisti parlare di digitale. Ormai da anni in studio utilizziamo questa tecnologia che offre un valido aiuto per tutte le discipline che ogni giorno vengono praticate.

Eppure c’è sempre qualcuno che storce il naso di fronte a questo utilizzo della tecnologia che ad alcuni appare a volte sfrontato. Mi sono chiesto il perché di tanta diffidenza e reticenza e poi, leggendo alcune pagine di un filosofo contemporaneo, ho fatto una piccola (o grande) scoperta che, come tutte le scoperte, una volta detta è sembrata più banale di quello che sembrava all’inizio.

L’applicazione non discende necessariamente dall’invenzione.

A parte l’imbarazzante verità che sta dietro a questa frase; basti pensare al fatto che almeno trent’anni dopo che l’uomo è sbarcato sulla luna, un anonimo personaggio ha applicato una delle più grandi invenzioni fatte dall’uomo, la ruota, alle valigie trasportate a fatica per decine di anni dalle braccia e dalle spalle di alcuni dei più grandi scienziati del pianeta. Nessuno di questi scienziati ha mai lontanamente pensato di applicare una parte del proprio intelletto a un problema di trasporto, magari insignificante, ma che ha cambiato veramente la qualità della vita di milioni di persone.

La scansione e la produzione in digitale, che è un’invenzione straordinaria, ha impiegato trent’anni per cominciare ad essere anche solo considerata seriamente in ambito clinico applicato. Negli ultimi sette-otto anni persino i più piccoli problemi legati alla precisione, all’affidabilità e alla facilità di uso sono stati risolti eppure solo da poco, si è cominciato a parlare di una vera e generale applicazione di questa invenzione. Per anni, dispetto dell’investimento tecnologico che l’ha sostenuta, è rimasta una mezza invenzione. Il passaggio per farla diventare una vera e propria invenzione sembra simile ad una conquista.

Dobbiamo cominciare a prendere coscienza del fatto che il processo di scoperta e di miglioramento (potremmo chiamarlo evoluzione?) è guidato non dall’invenzione teorica fine a se stessa e non dalla speculazione a parole che vi sta dietro ma da piccoli o grandi cambiamenti accidentali legati alla pratica (clinica), più accidentali di quanto siamo disposti ad ammettere. La storia della medicina in generale è segnata da strani casi in cui la scoperta di una cura è stata seguita molto tempo dopo la sua vera implementazione, come se le due imprese fossero completamente separate. I ricercatori in campo medico chiamano questo fenomeno translational gap, cioè l’arco di tempo tra l’effettiva scoperta e la prima implementazione. A volte noi esseri umani manchiamo d’immaginazione a causa dell’eccesso di rumore che distoglie la nostra mente quando a volte, ciò che occorre veramente, è la saggezza di rendersi conto di ciò che si ha tra le mani.

Michele Rossini

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