Compleanni in studio

Quando hai fatto del tuo meglio ti resta una sola cosa da fare…festeggiare.

Ogni volta che in studio c’è un compleanno da festeggiare me ne accorgo per via dei grossi vassoi di cornetti alla marmellata, alla crema e al cioccolato messi li come se nulla fosse.
Altre volte ho detto che a N.O.I. piace festeggiare. Sembra banale e anche un po’ frivolo o poco serio ma non è così. Festeggiamo perché ce lo meritiamo. E non solo noi ce lo meritiamo ma tutti se lo meritano.

Bisogna imparare a festeggiare per ricordarsi o meglio per ricordare al nostro cervello che c’è sempre un premio quando si dà il meglio di sé. Sono sicuro che tutte le persone in studio danno il meglio tutti i giorni. Questo non significa non sbagliare, non significa essere i più bravi ma significa impegnarsi per dare il meglio per raggiungere un obbiettivo oggi e immediatamente pensare al meglio che potremo fare domani.

Quando hai fatto del tuo meglio ti resta una sola cosa da fare…festeggiare.
Ci piace ricordare e festeggiare i compleanni perché è un modo per dichiarare che possiamo sempre meritarci un momento di gioia non scontato. È un momento per fermarsi e riconoscere che c’è una persona accanto a noi, al lavoro tutti i giorni, che condivide il nostro spazio, il nostro tempo e molto spesso il nostro sogno.

L’unico vero problema è che, a volte, mi dimentico di qualche ricorrenza ma poco male, c’è sempre tempo per riconoscere i propri errori e porvi rimedio…con un’altra festa!

Michele Rossini

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Offrire qualità costante

Se vogliamo valore dalle persone, offriamo qualità in maniera costante.

La qualità di comportarsi e di fare le cose sempre allo stesso modo. Questa è la consistenza.

Questa è la maniera per ottenere sempre il massimo da quello che facciamo. Dobbiamo essere consistenti. Non basta la performance di un giorno o di un periodo. Bisogna lavorare per ottenere un risultato facendo le azioni giuste e utili dopodiché bisogna lavorare per mantenere quel risultato essendo consistenti nel mantenere il giusto grado di energia..

Una volta si ammoniva, chi otteneva risultati straordinari e irripetibili, a non adagiarsi sugli allori. Oggi questo modo di dire non solo è vero più che mai, ma rappresenta l’atteggiamento che deve avere chi vuole sopravvivere in un mondo che cambia senza sosta. Ottenere un risultato è solo l’inizio del fallimento se non interviene appunto la consistenza, cioè la capacità di ripetere la prestazione dall’inizio. Valorizziamo le persone, le aiutiamo a ottenere risultati straordinari sfruttando i loro talenti e poi, a volte, ci dimentichiamo di loro, o meglio tralasciamo il fatto che la valorizzazione sia un processo continuo che richiede un apporto di efficienza costante.

Ogni tanto in studio, con le persone che mi aiutano, ho la sensazione che si facciano dei passi indietro rispetto allo standard a cui ci siamo abituati. In realtà, quello che noto è appunto una perdita di valore delle azioni che vengono fatte in favore di una gestione più anonima e con meno dispendio di energia. Mi accorgo immediatamente di questo e penso che siano le persone a perdere valore, a rendere di meno e a ritornare sui vecchi passi. Poi mi fermo, e mi accorgo di quanto grande sia il mio errore. Come sempre il valore che le persone ci danno dipende direttamente dal valore che noi per primi sappiamo offrire.. E l’offerta, non solo deve rappresentare una ricchezza ma deve essere supportata dalla consistenza e cioè dalla capacità di rendere quel valore più un’abitudine che un’eccezione.

Non possiamo aspettarci consistenza da chi abbiamo valorizzato, come se fosse un requisito che una volta offerto deve essere considerato di per sé una consuetudine. Dobbiamo aspettarci che ci venga restituito un valore, ogni volta che noi saremo capaci di offrirne altrettanto. Il vero problema tuttavia non è capire questo rapporto, che qualcuno potrebbe considerare scontato. Il problema sta nel fatto che, dal momento che il nostro mondo, e la società che lo rappresenta, cambia alla velocità della luce, noi dovremo adeguarci al cambiamento e riuscire ad essere sempre consistenti nella valorizzazione delle persone che abbiamo di fronte, ricominciando dall’inizio tutte le tappe che portano al risultato di valore.

Michele Rossini

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Per ogni problema c’è … un progetto

Se pensiamo ad un progetto, automaticamente escludiamo la possibilità di lamentarci del problema o di dare la colpa a qualcun altro.

 

Innanzitutto vorrei sfatare il mito che per ogni problema c’è sempre una soluzione. Non è detto. Noi in studio preferiamo pensare che per ogni problema ci sia un progetto. Grazie a questo progetto possiamo andare immediatamente oltre il problema e comprendere come la sua soluzione a volte sia scontata, a volte sia impegnativa. Addirittura a volte non c’è una reale soluzione ma rimane sempre la possibilità di affrontare il problema da un’altra angolazione.

A questo punto le cose cambiano perché se uno ci chiedesse quanti problemi abbiamo nella nostra vita noi potremmo rispondergli di non averne affatto! Ma di avere un sacco di progetti. La parola progetto deriva dal latino “pro jectus” che chiaramente ci invita ad andare oltre il problema. Andando oltre il problema, ci accorgiamo di essere noi per primi parte del problema e addirittura di esserne causa. Questa è principalmente la scoperta che ci troviamo di fronte quando decidiamo di affrontare i problemi con dei progetti.

Inoltre se pensiamo ad un progetto, automaticamente escludiamo la possibilità di lamentarci del problema o di dare la colpa a qualcun altro o di assegnare qualche critica a chi quel problema non l’ha risolto al posto nostro. In altre parole diventiamo causa di quello che facciamo e non ci lasciamo trascinare dal problema stesso nel vortice della lamentela continua che, potrà dare qualche soddisfazione immediata, ma di sicuro non porterà a nessuna soluzione del problema stesso.

L’ultimo punto che vorrei affrontare è proprio quello che riguarda la quantità di energia che impieghiamo, (e sprechiamo,) quando pensiamo ad una soluzione, (senza affrontare un progetto), e cerchiamo in tutti i modi le prove per dare ragione a quello che abbiamo pensato. Questo atteggiamento è molto pericoloso perché potrebbe portarci a creare delle storture, a piegare le regole pur di avere ragione sulla soluzione che abbiamo pensato. La pericolosità deriva dal fatto che il nostro cervello, una volta installato il pensiero della soluzione, procede in automatico a cercare le prove che ha ragione, facendoci comportare, a volte, in un modo che a noi stessi non piacerebbe se avessimo la possibilità di osservare la faccenda da un’altra angolazione.

In molti casi poi, la soluzione non si trova perché non siamo riusciti a capire di fronte a quale problema ci troviamo. Ma di questo tipo di problema scriverò un’altra volta…

 

Michele Rossini

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Le persone non cambiano, per fortuna!

Valorizzare il talento non è un lavoro facile ma deve essere costante per permetterci di ottenere degli ottimi risultati.

 

Possiamo tirare fuori quello che c’è dentro le persone, possiamo scoprire talenti che nemmeno loro pensavano di possedere e di poter utilizzare ma non possiamo mettere qualcosa di nuovo e non siamo in grado di modificare l’essenza e le caratteristiche peculiari con le quali una persona è venuta al mondo. La valorizzazione delle persone significa proprio avere l’opportunità di trovare talenti inaspettati e inutilizzati e dare a questi talenti una possibilità di esprimersi e di essere utili per qualcosa e per qualcuno.

Questo lavoro è complesso all’inizio, richiede condivisione degli sforzi, collaborazione ma soprattutto, fiducia in sé stessi e nella persona che sta di fronte. I risultati sono immediati. La persona consapevole del proprio valore si addormenta in un modo e si sveglia con una visione di sé e del mondo completamente diversa. Il rapporto che si crea all’inizio del processo di valorizzazione è speciale; l’entusiasmo è tanto ed è facile aderire al progetto di valorizzazione.

Tuttavia, dopo qualche tempo, potrebbe venire a mancare un aspetto che all’inizio non si nota ma che, proprio con l’andare avanti del tempo, emerge e, se non considerato, potrebbe vanificare tutti gli sforzi sostenuti sino a quel momento. Questo aspetto riguarda la consistenza. Questo termine indica la capacità di aderire ad un programma e di mantenere un livello adeguato di energia e di sforzi tale da permettere di proseguire nella valorizzazione e di ricavare tutti i benefici di questa procedura.

Valorizziamo il talento, consapevoli che non sarà un lavoro facile e soprattutto che non sarà un compito che potrà finire ma che richiederà un continuo apporto di energia e applicazione per mantenere alto il livello del risultato.

L’Organigramma siamo N.O.I.

Nomi, Operazioni, Incarichi. L’organigramma è formato da tutte le persone che lavorano nello studio, che ricoprono incarichi e svolgono operazioni specifiche.

 

Tempo fa abbiamo cominciato in studio a ragionare sull’idea di comporre il nostro organigramma. Ci è sembrata una cosa importante ed essenziale per uno studio dentistico che voleva strutturarsi come azienda e far funzionare al meglio tutte le procedure e le decine di persone che la gestivano. Quindi abbiamo scritto la lista di tutti i collaboratori coinvolti nella nostra impresa e abbiamo scoperto che erano, (e sono), davvero tanti.

Poi abbiamo scritto la lista delle operazioni che queste persone avrebbero dovuto svolgere per far funzionare tutto a dovere e per poter erogare un servizio di qualità per i nostri pazienti e abbiamo scoperto che erano tantissime!

Alla fine abbiamo cominciato a unire i nomi delle persone alle operazioni che dovevano svolgere (ovviamente cercando di scegliere le persone più adatte per quel ruolo) assegnando di volta in volta gli incarichi.

Certo non è stato un compito facile, anzi si è dimostrato un lavoro complesso e articolato. Infatti non è semplice assegnare una persona ad un incarico o viceversa. Bisogna pensare a quello che quella persona dovrà fare e bisogna convincersi che quella persona lo svolgerà molto probabilmente meglio di come avremmo potuto farlo noi. In più bisogna tenere conto del fatto che non si può chiedere a qualcuno di fare qualcosa che non vuole fare o assegnare una responsabilità e un dovere a una persona che non lo vive come se fosse un proprio dovere o compito. Certo, visto dalla parte del datore di lavoro, si potrebbe obbligare un collaboratore a fare qualcosa per la quale non si sente portato ma non potremmo aspettarci certo di ottenere un buon risultato. Nell’organigramma ci sono le caselle e vanno riempite con nomi di persone che devono scegliere di entrare in quella casella perché solo così avranno le motivazioni per poter svolgere un compito e sentirlo come un incarico per cui dare il massimo. Diversamente quella casella potrebbe assomigliare ad un recinto o addirittura ad una prigione!

Superato questo primo ostacolo delle assegnazioni degli incarichi e della spiegazione e scelta delle operazioni da svolgere, ci siamo trovati di fronte alla necessità di creare dei rapporti tra le caselle unendole in una costruzione che avesse un senso dando l’idea della varie interdipendenze degli incarichi all’interno dello studio. Anche questa operazione non è semplice dal momento che le azioni di una persona potrebbero condizionare il lavoro di un’altra e viceversa. Bisogna capire chi e cosa viene prima e chi o cosa viene dopo organizzando la giusta sequenza e importanza delle azioni.

Alla fine l’organigramma l’abbiamo fatto e abbiamo scoperto i nomi di tutte le persone che collaborano all’erogazione del servizio che offriamo. Abbiamo evidenziato tutte le operazioni che le persone devono svolgere con puntualità e precisione all’interno dello studio. Abbiamo discusso, ci siamo confrontati e abbiamo assegnato gli incarichi che le persone coinvolte devono assumere su di sé con la giusta motivazione.

Alla fine abbiamo scoperto che l’organigramma siamo N.O.I. : Nomi, Operazioni, Incarichi.

Michele Rossini

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Come funziona il Codice d’Onore

Il Codice d’onore ci protegge da noi stessi

Sembra strano ma a volte siamo proprio noi i peggiori nemici di noi stessi! Quando scriviamo il nostro codice dobbiamo cercare di inserire coerenza tra le varie parti che prendiamo in considerazione; infatti nel codice vengono descritti i comportamenti che vanno tenuti coerenti con i valori che ci interessano. Un codice, come tutte le regole, deve essere scritto e condiviso quando le cose vanno bene e quando l’ambiente è sereno e deve essere disponibile ed entrare in azione quando poi le cose vanno male.

Se riusciamo a condividere una serie di principi che regolano i comportamenti, questi a loro volta ci aiuteranno a vivere i valori e il Codice farà il suo dovere. In pratica se lavoriamo e viviamo protetti dal Codice le nostre performance personali e quelle del nostro team saranno sempre elevate e produttive indipendentemente dal nostro stato emotivo. Nella vita di tutti i giorni l’emotività è sempre in agguato, pronta a eliminare gli effetti dell’esperienza e della saggezza. Chi ci può proteggere da questo effetto indesiderato? Il Codice d’onore!

All’inizio, quando ci siamo incontrati in studio per parlarne, non avevamo ben capito la vera utilità del Codice ma da quando in studio l’abbiamo scritto (attenzione, ognuno deve partecipare alla scrittura perché il codice non può essere imposto), ci sembra di avere al nostro fianco una specie di Super Eroe sempre pronto a intervenire per aiutarci nei momenti di difficoltà.

Michele Rossini

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L’importanza del Codice d’onore

Il Codice d’onore è  l’insieme dei comportamenti che aiutano le persone a vivere i valori su cui si fonda la loro attività.

Quando ci siamo incontrati la prima volta io, le mie sorelle e i miei cognati, in una parola il team che guida lo studio, abbiamo parlato dei nostri valori. Li abbiamo condivisi e poi ne abbiamo discusso. Sembra facile e scontato condividere questi concetti ma così non è; ognuno di noi ha il suo modo di pensare, di vivere e reagire alle varie situazioni più o meno complesse che si devono affrontare nella vita. Stabilire i valori su cui si basa la nostra attività tuttavia non è sufficiente. Perché i valori poi vanno vissuti sempre, tutti i giorni, con il bello e il cattivo tempo. E questo rende tutto più difficile.

A questo punto serve qualcosa che possa aiutare un gruppo ed è così che abbiamo deciso di scrivere il nostro codice. Il Codice d’onore è quindi l’insieme dei comportamenti che aiutano le persone che lo condividono a vivere i valori su cui si fonda la loro attività. Tutti avrebbero bisogno di un codice d’onore perché senza, è molto difficile attuare e rendere reale il valore che spesso è un concetto intangibile. Senza il Codice di regole non si può attuare l’idea che ognuno ha di come dovrebbe essere guidata la propria attività. Senza il Codice il discorso sui valori rimane un discorso astratto e per un’attività pratica come la nostra rischia di essere completamente inutile.

Michele Rossini

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