Come trasferire il valore del tuo lavoro ai pazienti

Che cosa pensano davvero i tuo pazienti di te? Qual è il valore che riesci a trasmettere con il tuo lavoro?

Non c’è nulla di più demoralizzante, faticoso e frustrante del fatto di non riuscire fare capire e apprezzare il nostro valore o meglio il valore di quello che facciamo.

Noi lo sappiamo quanto valiamo perché abbiamo sopportato la fatica, le ore, i sacrifici per la formazione che ci ha portato a diventare dei professionisti della salute e ha creare, a volte dal nulla, i nostri studi. Attenzione alla trappola micidiale del dare per scontato che i pazienti sappiano queste cose. Le persone che entrano nel nostro studio non sanno nulla di noi. Può anche darsi che si siano informate sul tipo di lavoro e di servizio che si devono aspettare da un dentista in generale o che addirittura si siano informate presso qualche conoscente proprio su di noi ma avranno solo ricevuto un’altra opinione generica in merito.

Si siedono sulla poltrona di fronte a noi e danno per scontato che abbiamo un titolo per essere li. Danno per scontato che sapremo fare il nostro lavoro così come danno per scontato che lo faremo utilizzando prodotti e attrezzature adeguate. Danno anche per scontato che dovranno sostenere un costo così come si aspettano di dovere affrontare anche qualche disagio. Se i pazienti danno per scontate queste cose significa che, proprio in relazione a questo tipo di servizi, saremo sempre uguali a tutti gli altri. Buoni oggi come potrebbe essere buono un altro domani.

E allora cosa ci potrebbe distinguere dagli altri? Quale potrebbe essere il valore che siamo in grado di mettere sul piatto insieme ai nostri servizi?

Sarebbe utile cominciare a pensare in termini di valore del servizio perché il costo, la competenza tecnica e la qualità sono caratteristiche troppo comuni e scontate per il paziente per poter costituire un valore distintivo.

Forse cominciando a pensare in termini di valore per il paziente potremmo scoprire che non abbiamo mai chiesto la sua opinione in merito. Potremmo scoprire che non abbiamo mai cercato di capire veramente qual è il problema che potremmo contribuire a risolvere dal suo punto di vista. Potremmo anche arrivare a capire qual è l’Offerta Unica di Valore che ci contraddistingue e che è in grado di migliorare la qualità della vita della persona che abbiamo di fronte.

Se riuscissimo veramente ad essere la migliore soluzione al problema che affligge il nostro paziente avremmo risolto nello stesso tempo il nostro problema principale cioè quello di essere al primo posto sulla scala dei valori nella mente dei nostri pazienti.

Michele Rossini

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Conflitto generazionale? No: passaggio

Gestire l’ingresso di una persona più giovane che sia in grado di attingere quanto più possibile dal bagaglio di esperienza e di conoscenza di chi lascia.

Da qualche tempo si sente parlare del problema del passaggio generazionale tra chi ormai ha alle spalle decenni di vita lavorativa e chi, nel mondo del lavoro, non ci è ancora entrato. Ultimamente si è fatta strada l’idea di un vero e proprio conflitto nel quale chi dovrebbe smettere di lavorare, (mi chiedo chi lo possa stabilire dall’esterno), rimane attaccato all’idea di lavoro e non si arrende all’età che passa e all’idea di passare il testimone. Dall’altra parte il giovane, che ha diritto ad intraprendere l’attività lavorativa, non trova il giusto spazio e non può quindi avere accesso al mondo lavorativo per una fisica mancanza di spazio. Fin qui tutto sembra logico, come logico sembra anche il dibattito/scontro nato attorno alla questione.

Io però non vedo la questione cosi semplice e logica.

Perché se è vero che un giovane deve sentire come un diritto quello di trovare la sua strada nel mondo del lavoro, è anche vero che non si può pensare che quel diritto corrisponda in modo automatico alla sostituzione di una persona che quel tipo di lavoro lo svolge da decenni e ha, nel tempo, accumulato un’esperienza e una professionalità che non possono essere trascurate. Se ragioniamo in termini matematici, uno sostituisce uno, è ovvio che tutto funzioni. Ma qui stiamo parlando di PMI, aziende che vivono delle competenze dei singoli dedicate al bene dell’impresa, dove queste competenze vengono acquisite e sviluppate in anni e anni di lavoro sul campo. Sarebbe impensabile l’idea di gestire un conflitto tra vecchia e nuova generazione con la mera sostituzione delle persone senza considerarne le competenze.

A questo punto il passaggio o ricambio generazionale deve diventare una questione di buon senso (soprattutto pratico). Se capiamo che chi entra nel mondo del lavoro, anche nello stesso settore, è profondamente diverso da chi quel settore e quel mondo sta per lasciarlo, capiamo che non ci può essere competizione o conflitto in quanto si stanno considerando due cose differenti che non possono essere paragonate tra loro.

Parliamo di passaggio quindi dove, in seguito alla decisione di lasciare, il lavoratore o imprenditore anziano si prende sulle spalle l’ultima missione, quella di gestire l’ingresso della persona più giovane che si mette a disposizione per attingere quanto più possibile dal bagaglio di esperienza e di conoscenza di chi lascia.

Gestione del passaggio, in termini psicologici, pratici, economici, tecnici; questo deve essere il punto di partenza.

Pensate che non sia così importante o che non toccherà voi e la vostra impresa (famiglia?).Un dato fornito dalla Commissione Europea ci dice che solo un terzo delle aziende sopravvive alla seconda generazione e soltanto il 15% supera la terza.

Forse è meglio pensarci prima…

Leadership personale

Spesso il principale ostacolo alla nostra crescita personale siamo noi stessi.

 

Siamo capaci di gestire la nostra carriera, di gestire la famiglia, il lavoro, un’azienda, delle persone, i figli, le relazioni; siamo capaci di immaginare il nostro futuro e di faticare per provare a realizzarlo e potremmo anche pensare di cambiare molte cose attorno a N.O.I. mentre lo facciamo. Possiamo quindi essere dei leader, delle persone in grado di rischiare insieme ad altre persone per provare a realizzare qualcosa di grande la fuori.

Spesso tuttavia ci dimentichiamo del principale ostacolo che troviamo sul nostro cammino…noi stessi.

Il mondo che ci circonda è complesso ma non sarà mai complesso come il mondo che sta dentro di N.O.I. Le emozioni infinite che proviamo, gli istinti, i pensieri, le intuizioni, le idee, le percezioni, i nostri desideri e le paure più nascoste, i rancori e i conflitti e tante, tante altre situazioni che popolano il mondo all’interno di noi stessi. Possiamo forzare queste esperienze con la volontà e usarla come un dittatore del nostro corpo, oppure possiamo ingannarci, oppure possiamo lasciarci guidare dalle sole emozioni in modo istintivo. Il rischio è quello di scoprire un incredibile disordine dentro di noi che ci distrae dalla possibilità di realizzarci veramente, di prendere il controllo del nostro corpo in maniera non violenta e consapevole, di sviluppare le nostre capacità essendo consapevoli e accettando serenamente i nostri limiti.

Tutto questo potrebbe essere una nuova esperienza, un nuovo punto di partenza, un concreto obbiettivo ma soprattutto…Un Viaggio Straordinario.

Michele Rossini

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