Il paziente, una risorsa inestimabile

Ogni paziente che entra in studio per noi è una potenziale risorsa. Ogni persona è preziosa in sé.

 Anche quando questa persona ci sta seduta di fronte sulla poltrona. Quando siamo in questa situazione spesso la prima cosa che pensiamo è quanto noi siamo importanti per il nostro paziente e, così facendo, rischiamo di non considerare quanto il nostro paziente può e deve essere considerato importante per noi.

Io penso che la cosa più importante, di cui chi sta seduto di fronte a me ha bisogno, sia la mia presenza e la mia piena attenzione. Poi penso che qualsiasi problema questa persona abbia, potrà risolverlo solo se riuscirà, con il mio aiuto, a esaminarlo con attenzione dall’inizio alla fine, (questo è veramente un compito difficile).

Penso che si dovrebbe capire che per me, quel momento, rappresenta la cosa più importante, alla quale voglio dedicare il tempo necessario.
Non voglio considerare il tempo speso ad ascoltare il problema del paziente come tempo perso. Anche perché, oltre al fatto che proprio il paziente è il maggiore esperto della sua condizione, questo tempo mi servirà per arricchire la mia conoscenza della sua situazione e la mia esperienza generale.

Sempre pensiamo che, essendo il “nostro” lavoro e svolgendolo al meglio, dobbiamo ricevere la giusta gratitudine dai pazienti che curiamo. Sicuramente è un aspetto importante, ma forse sarebbe necessario provare a pensare quanto noi dovremmo essere grati ogni giorno verso le persone che si siedono sulla nostra poltrona, considerando il percorso che le ha portate fino a quel punto.

Più ci sentiamo grati verso i pazienti, e verso le persone in generale, più sviluppiamo un sentimento di generosità verso gli altri che cambierà in maniera determinante la qualità dei nostri rapporti.

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Dentista? Che paura!

È inevitabile provare dolore quando si va dal dentista?

 

È ammissibile l’idea di sentire male dal dentista? NO, assolutamente…ci sono troppe persone che ancora oggi pensano che sia una cosa scontata il fatto di provare dolore quando ci si reca dal dentista.
Si dice dolore e la prima cosa che viene in mente è il dentista…anzi è il contrario ma fa lo stesso.

Dolore e dentista sono sempre (o comunque molto spesso) accomunati nella mente delle persone. Al dolore poi è associata una bella famiglia di termini come paura, angoscia, stress, ansia, preoccupazione, panico, terrore, fastidio.
Ma vi sembra bello per un dentista essere associato a questo genere di sensazioni?

L’altro giorno ero in gita in barca in una laguna, oasi protetta e quando la guida ha scoperto che eravamo un gruppo di dentisti si è fatta il segno della croce annunciando che avrebbe preferito partorire una seconda volta piuttosto che affrontare una visita dal dentista! È troppo, mi sono detto, devo fare qualcosa e ho deciso di dedicare qualche articolo per spiegare alcuni punti che forse i pazienti o i futuri pazienti non sanno.

Dal dentista non esistono le emergenze. Qualsiasi sia la natura del disturbo o la situazione di dolore o disagio con cui un paziente si presenta in studio, non c’è mai una vera e propria situazione di emergenze che autorizzi il professionista ad agire incurante del dolore di cui soffre in quel momento il paziente. Ci sono farmaci antibiotici, antinfiammatori e antidolorifici che sono in grado di far calmare il dolore, di tenere sotto controllo l’infezione al fine di permettere al dentista di agire senza causare sofferenza.

Certo, esistono le urgenze ma non siamo in un caso di emergenza e quindi sappiamo che possiamo intervenire in modo tempestivo per bloccare il dolore o per farlo passare senza causarne dell’altro con il nostro intervento. In qualsiasi situazione il malato ha diritto a che siano messi in campo tutti gli strumenti per evitare una inutile sofferenza.

 

Michele Rossini

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Osservare, ricalcare, scolpire, comprendere

Quando mi trovo con un paziente seduto di fronte, ho due strumenti per entrare in rapporto con lui: uno è quello della razionalità l’altro è quello della fisiologia.

 

La strada che l’emozione percorre per manifestarsi all’interno del nostro cervello è sempre la stessa. Il percorso che porta alla tristezza è un percorso ben definito e preciso, sempre uguale. Se da un lato è molto complicato deviare razionalmente da questo percorso con un processo che parta dalla razionale considerazione dell’emozione, (potrei definirlo un percorso di tipo psicologico), dall’altro lato risulta molto più semplice far deviare la mente dal suo percorso abituale verso l’emozione, attraverso un approccio più fisico di “ricalco” dell’emozione.

Quando mi trovo con un paziente seduto di fronte, ho in pratica due strumenti per entrare in rapporto con lui. Uno è quello della razionalità che esprimo a parole e con la quale cerco di conoscere la maggior parte degli aspetti che riguardano il paziente. L’altro strumento che ho a disposizione è quello della fisiologia che, essendo più rapida della mente, mi permette di approcciare più velocemente e più facilmente l’emozione.

Devo OSSERVARE la persona che ho di fronte per eseguire una sorta di calibrazione verso quella persona, è necessario andare nei particolari, degli occhi, del viso, delle mani, delle spalle, delle gambe e via dicendo. Nulla nel modo di posizionarsi e di esprimere del corpo è lasciato al caso. Avendo osservato dovrei essere in grado di RICALCARE quella emozione e di SCOLPIRE a livello fisico la stessa emozione. È un po’ come se mi facessi questa domanda: che tipo di emozione dovrei provare io per essere portato o costretto a stare in quella posizione, a fare quei movimenti e mettermi in quell’atteggiamento? L’ultimo passaggio a questo punto è quello che riguarda il CAPIRE o COMPRENDERE l’emozione che sta provando chi sta di fronte a me, solo per il, fatto di essere stato in grado di approcciare l’emozione patendo semplicemente da un fatto fisico.

Qual è ora il vantaggio o l’intento positivo che sta dietro a questa pratica?

Lo scopriremo la prossima volta…

Michele Rossini

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Una battaglia persa in partenza

Ciò che interessa al paziente è che venga data una risposta al suo bisogno, che siate degli ottimi dentisti lo da già per scontato.

Spesso mi chiedo se la battaglia alla quale assistiamo in questo periodo sui media e sui social, sia una battaglia destinata a vedere una conclusione che costituisca un reale vantaggio per i pazienti e per gli odontoiatri. Mi sembra più che altro di vedere un contraddittorio già sperimentato in altre situazioni. Mi lascia sempre un po’ perplesso il fatto che si esprimano sui pubblici domini o sui giornali una serie di temi che difficilmente i pazienti come tali possono comprendere e soprattutto mi chiedo se ci si renda veramente conto di questo aspetto.

Noi come persone siamo in grado di giudicare solo quello che conosciamo. Di tutto il resto, non ci interessa, perché semplicemente non fa parte del processo decisionale che, come sappiamo da decenni, non fa capo solo all’elemento razionale ma coinvolge in maniera preponderante la sfera emozionale. È proprio per questo che non vedete mai una comunicazione aziendale in cui si spiega la qualità delle attrezzature che vengono utilizzate per produrre un oggetto. Figuriamoci poi se dovessimo assistere alla spiegazione dei costi e dei compiti che gravano sull’azienda, per spiegare o per giustificare un determinato comportamento o una variazione del listino. La risposta dei nostri pazienti o dei clienti del servizio in generale è e sarà sempre e solo una: “CHI SE NE FREGA!”.

Scusate l’espressione diretta ma è un po’ come dire: hai voluto tu dedicarti a questa professione e hai voluto, di conseguenza, aprire la tua impresa perché pensavi di poter risolvere un bisogno. A questo punto a me che sono un paziente o cliente del tuo servizio, poco importa dei problemi legati al mercato, alla concorrenza, alla gestione amministrativa, al controllo della qualità, alle problematiche relative alle persone e ai collaboratori.

Dal punto di vista del paziente, l’unica cosa importante è che venga data risposta ad un bisogno e la scelta di valore, (quello che veramente conta per il paziente e che lui ritiene importante e che è disposto a pagare), viene effettuata non certo grazie ad una conoscenza approfondita delle dinamiche che regolano il mondo dell’odontoiatria. La scelta viene fatta solamente basandosi su parametri che il paziente conosce: la capacità di comunicazione, di ascolto, di relazione, la capacità di creare legami e connessioni emotive, la presenza costante, la dinamicità, la fiducia, la coerenza.

So che è difficile per noi che siamo stati preparati per anni ad affrontare una serie di problemi tecnico/clinici e vediamo, consideriamo e risolviamo solo quelli, nel nostro orizzonte visivo. So che sembra impossibile che i nostri pazienti non notino la differenza tra le nostre attrezzature e quelle degli altri, tra le nostre mani esperte e quelle di un altro oppure tra il nostro modo di fare diagnosi e quello di un altro. Il problema è che il paziente queste cose le da per scontate e di conseguenza ci giudica usando altri parametri.

Se non sapremo modificare, in senso costruttivo e critico, il nostro modo di fare dovremo prepararci ad affrontare una battaglia durissima ed estenuante ma soprattutto…persa in partenza.

Michele Rossini

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